Avv. Anna Maria Crucitti
La fase patologica del contratto si realizza nel momento in cui i rapporti tra le parti si sono deteriorati, con il conseguente inadempimento da parte del soggetto debitore della prestazione.
La parte creditrice ha diritto di adire l'autorità giudiziaria al fine di ottenere un provvedimento chiamato decreto ingiuntivo, per la cui emissione il nostro ordinamento richiede che il credito che si pretende di ottenere abbia determinati requisiti: deve risultare da prova scritta, deve essere liquido (cioè determinato nel suo ammontare) ed esigibile (cioè deve essere già scaduto, in modo che il creditore possa pretenderne il pagamento).
Occorre ricordare, infine, che il decreto ingiuntivo può essere richiesto anche quando la prestazione cui è tenuto il debitore abbia ad oggetto una determinata quantità di cose fungibili, cioè quei beni che possono essere facilmente sostituiti da altri di identica utilità (uno per tutti il denaro), oppure una cosa mobile determinata, cioè ben individuata.
Detto questo, sembrerebbe semplice, ma in realtà al creditore non basta attenersi a tutti questi requisiti
E', altresì, necessario che non ponga in essere alcuni comportamenti, che potrebbero dilatare enormemente i tempi del recupero del suo credito.
Sussiste, infatti, un divieto categorico di frazionamento del credito, consistente in una moltiplicazione ingiustificata delle iniziative giudiziali di recupero credito, con specifico riferimento ai crediti unitari e quelli già scaduti.
L'abuso dello strumento processuale porta con sé la conseguenza che il creditore potrebbe essere condannato a pagare le spese processuali, oltre a veder dichiarati inammissibili i procedimenti successivi al primo.
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4 mag. 2022 • tempo di lettura 1 minuti
Negli ultimi mesi abbiamo vissuto una situazione peculiare che ha sollevato non pochi quesiti anche a livello di diritto di famiglia. In particolare, ci si é chiesti se le misure di contenimento della pandemia da COVID -19 possano o meno giustificare una riduzione dell´assegno di mantenimento. A nostro modesto parere, la questione appare abbastanza semplice. La normativa italiana (art. 156 del Codice civile e art. 9, comma 1, della legge 898/70) prevedono che, una volta statuiti eventuali accordi in merito all´assegno di mantenimento, tali pattuizioni fanno riferimento alla situazione esistente al momento della divisione coniugale. , solo se tale situazione dovesse cambiare sensibilmente, se ne potrà chiedere il riesame per adeguare – secondo un vaglio comparativo delle condizioni delle parti (Cassazione 1119/2020) – l’importo o lo stesso obbligo contributivo al quadro attuale. Non si procederà, pertanto, ad una nuova ponderazione di fatti già esaminati ma si accerterà se, ed in che misura, gli eventi sopravvenuti abbiano alterato gli equilibri così da bilanciare gli impegni economici con il mutato assetto (Cassazione 22269/2020). Tanto premesso, la pandemia e le misure di contenimento ad essa collegate assumono una certa importanza solo e nella misura in cui le stesse abbiano o meno influito sulla situazione economica. Dovrà, poi, attentamente valutarsi se tali condizioni si sino modificate in peius e se tale peggioramento sia destinato ad essere permanente e non temporaneo. Se effettivamente ci si trova di fronte ad una mutata situazione a carattere permanente, si potrá richiedere la modifica delle condizioni di separazione e/o di divorzio. In caso contrario, tale richiesta sará obtorto collo destinata ad essere respinta. PROF. AVV. DOMENICO LAMANNA DI SALVO MATRIMONIALISTA - DIVORZISTA - CURATORE SPECIALE DEL MINORE
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5 mag. 2022 • tempo di lettura 3 minuti
Alla morte del congiunto, il coniuge superstite ha diritto di continuare a vivere nella casa familiare e ad utilizzare i mobili che la corredano. Ma se la casa è in comproprietà con un soggetto terzo, tali diritti sono comunque riconosciuti? La Cassazione ribadisce di no.1. Il diritto di abitazione e di uso ex art. 540, comma 2, c.c.2. La ratio. 3. Un caso particolare: la casa familiare in comproprietà con soggetti terzi.1 - Il diritto di abitazione e di uso ex art. 540, comma 2, c.c.Il coniuge è un soggetto legittimario, cioè quel membro della famiglia, insieme ai figli e agli ascendenti, a cui l’ordinamento accorda una particolare tutela in sede ereditaria, riconoscendogli la partecipazione necessaria alla successione del marito o della moglie, la cd. quota di legittima.Al coniuge, inoltre, a differenza degli altri legittimari, oltre alla quota di legittima predetta spettano anche il diritto di continuare a vivere nella casa adibita a residenza familiare e il diritto di usare i beni mobili che la corredano, secondo quanto stabilito dell’art. 540 comma 2 del Codice civile.I diritti in oggetto sono assegnati al coniuge, alla morte del congiunto, a mezzo di due legati ex lege: attribuzioni patrimoniali a titolo particolare che trovano la propria fonte nella legge e non nella volontà del defunto. Essi, come tutti i legati, comportano che il coniuge divenga titolare di tali diritti sin dall’apertura della successione, senza bisogno di alcuna accettazione. Anche nel caso in cui la casa adibita a residenza familiare venga lasciata per testamento o attribuita per divisione ad un altro soggetto, essa sarà comunque gravata dal diritto di abitazione ed uso del coniuge, il quale non potrà cederlo, ma goderne per tutta la durata della sua vita, salvo rinuncia.2 - La ratio. Perché il legislatore ha previsto tale attribuzione aggiuntiva? La ragione sottesa è facile da comprendere, si vuole salvaguardare il coniuge sul piano patrimoniale ed etico-sentimentale evitandogli di cercare un nuovo alloggio e compromettere così la stabilità delle abitudini di vita. Inoltre, tramite l’utilizzo dello strumento del legato, che, come detto, consente un riconoscimento immediato dei diritti, il Legislatore garantisce al congiunto superstite di rimanere sempre all’interno dell’abitazione ed evitare che lo stesso debba uscirne per poi rientrare solo al momento della divisione ereditaria (che potrebbe arrivare dopo molto tempo!).3 - Un caso particolare: la casa familiare in comproprietà con soggetti terzi.Il legislatore stabilisce che al coniuge sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano “se [la casa familiare e i beni sono] di proprietà del defunto o comuni”.La dottrina e la giurisprudenza si sono interrogate sull’interpretazione del termine “comune”, cioè si sono chieste se i diritti in oggetto vadano riconosciuti al coniuge anche nel caso in cui lo stato di comproprietà non sia tra gli stessi coniugi, ma con un soggetto terzo.Per intenderci, se Tizio e Caia sono coniugati e vivono in una casa familiare di proprietà di Tizio e Mevio, alla morte di Tizio, la moglie Caia godrà dei diritti ex art. 540, comma 2, c.c.?Sul punto abbiamo due opposte teorie, l’una che risponde positivamente l’altra in senso negativo. Ebbene, ad oggi, l’opinione prevalente in dottrina e ribadita da una recente sentenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15000 del 28 maggio 2021) afferma che, nel caso in cui la casa familiare sia in comunione con un terzo, al coniuge non spettano i diritti di uso e abitazione. Si ritiene che in questo caso non sarebbe realizzabile l'intento del legislatore di assicurare, in concreto, al coniuge sopravvissuto il pieno godimento del bene oggetto del diritto.Editor: Dott.ssa Flavia Carrubba
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Egregio Avvocato
3 nov. 2026 • tempo di lettura 5 minuti
Nel panorama del diritto di famiglia, la gestione e il riparto degli oneri economici per i figli minori rappresentano una delle principali fonti di contenzioso post-separazione. L'art. 337-ter c.c. fissa il principio cardine secondo cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Mentre l'assegno di mantenimento a cadenza mensile è destinato a coprire le esigenze ordinarie e prevedibili della quotidianità (quali vitto, alloggio, abbigliamento di base e trasporti routinari), una differente disciplina governa le cosiddette "spese straordinarie".Le spese straordinarie si identificano, secondo la definizione offerta dalla Suprema Corte di Cassazione, in quegli esborsi che per la loro rilevanza economica, imprevedibilità e occasionalità esulano dal normale regime di vita della prole (Cass. civ., n. 1562/2020; Cass. civ., n. 7169/2024). All'interno di questa categoria, l'iscrizione e la frequenza dei centri estivi e dei grest occupano una posizione peculiare: sebbene la sospensione delle attività scolastiche sia un evento ciclico e prevedibile, il costo concreto di tali strutture varia considerevolmente di anno in anno in base alla natura del programma (pubblico o privato), alla durata e alla localizzazione, rendendo impossibile una quantificazione a priori nell'assegno mensile. La giurisprudenza è pertanto unanime nel qualificare l'onere del centro estivo come spesa straordinaria.Nonostante la concorde qualificazione dogmatica come spesa straordinaria, non sussiste uniformità in ordine alla necessità di un previo accordo tra i genitori per la validità della spesa e il conseguente diritto al rimborso. L'analisi dei Protocolli d'intesa adottati dai diversi uffici giudiziari italiani permette di mappare tre distinti orientamenti:A) Orientamento del consenso preventivo obbligatorioAdottato diffusamente nei distretti di grandi dimensioni metropolitane (tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Novara, Pisa e Reggio Calabria), questo indirizzo include i centri estivi tra le spese extrascolastiche o ludiche non urgenti, richiedendo la preventiva concertazione tra i genitori. Per ovviare a condotte ostruzionistiche, i relativi protocolli introducono lo strumento del silenzio-assenso: il genitore proponente deve inviare una comunicazione scritta dettagliata (tramite canali tracciabili come e-mail o messaggistica telematica) indicando costi e specifiche del centro; l'omessa risposta della controparte entro un termine prefissato (es. 10 giorni per il Protocollo di Roma, 20 giorni per quello di Palermo) equivale a un assenso implicito, legittimando la richiesta di rimborso (cfr. Trib. Ferrara n. 362/2018).B) Orientamento dell'autonomia decisionaleEspressione delle prassi di uffici giudiziari quali Brescia, Bergamo, Imperia, Vicenza, Rovigo e Sulmona, questo secondo filone esclude la necessità di un accordo preventivo. La ratio poggia sulla presunzione che il centro ricreativo risponda intrinsecamente all'interesse superiore del minore, configurandosi non come mero svago, ma come strumento essenziale di custodia e conciliazione dei tempi di vita e lavoro del genitore collocatario durante la pausa estiva delle scuole. Al genitore istante è richiesta la sola esibizione della documentazione fiscale per esigere la quota di spettanza dell'altro.C) Orientamento condizionale o intermedioIl Tribunale di Bologna adotta una soluzione mediana e flessibile. La deroga all'accordo preventivo è ammessa a una precisa condizione oggettiva: la frequenza del centro deve essere imposta da stringenti e comprovate esigenze lavorative del genitore collocatario, in assenza di alternative tempestive offerte dal genitore non collocatario (anche tramite il ricorso alla rete parentale, come i nonni) (Trib. Bologna n. 453/2019). Qualora la scelta risponda a finalità puramente ricreative, si riespande la necessità del consenso preventivo.È utile rilevare una trasversale distinzione operata da molteplici Corti tra strutture pubbliche e private: per i campus o grest pubblici, caratterizzati da tariffe calmierate, l'accordo preventivo non è ritenuto necessario; al contrario, per l'iscrizione a centri estivi privati a tariffe di mercato, il consenso bilaterale resta un requisito d'obbligo.L'assenza di un consenso preventivo, anche nei fori che lo impongono come regola generale, non determina la sanzione automatica dell'irripetibilità della spesa. La giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Enna n. 173/2026; Trib. Roma n. 16684/2018; Trib. Alessandria n. 639/2019) dà seguito all'insegnamento della Suprema Corte (Cass. civ., n. 2467/2013), secondo cui il giudice investito della domanda di rimborso è tenuto a effettuare un vaglio ex post guidato dal principio del best interests of the childIl rimborso viene accordato qualora la spesa risulti:Rispondente all'interesse concreto del minore e non meramente voluttuaria.Proporzionata e compatibile con le condizioni economico-patrimoniali della famiglia e con il suo pregresso tenore di vita.In questa sede, assume rilievo determinante il comportamento processuale ed extraprocessuale delle parti: un rifiuto manifestato dal genitore non istante basato sul mero assunto "non voglio pagare" viene censurato come diniego immotivato e pretestuoso, privo di valore giuridico, e depone a favore del riconoscimento del diritto al rimborso in capo al genitore che ha anticipato l'esborso.Un profilo di significativo rilievo dogmatico riguarda i criteri quantitativi di ripartizione della spesa straordinaria stabilita. Sebbene la prassi giudiziaria abbia a lungo applicato in modo automatico la suddivisione paritetica al 50% tra i genitori, l'evoluzione della giurisprudenza di legittimità ha censurato tale automatismo.Con molteplici arresti (Cass. civ., n. 6933/2023; Cass. civ., n. 15125/2023; Cass. civ., n. 7169/2024), la Corte di Cassazione ha statuito che l'applicazione rigida della quota del 50%, in presenza di una sensibile disparità nei redditi e nei patrimoni dei genitori, si pone in contrasto con il precetto di proporzionalità previsto dall'art. 337-ter c.c. Pertanto, il regime di riparto deve raccordarsi rigidamente alle percentuali eventualmente già fissate dal titolo giudiziale di separazione o divorzio (ad esempio, 60% e 40%) o, in mancanza di una specifica previsione, deve essere rimodulato dal giudice sulla scorta delle reali capacità economiche di ciascuna parte, accantonando ogni presunzione di pariteticità aritmetica.In conclusione, la disciplina delle spese per i centri estivi evidenzia la complessa interazione tra le fonti negoziali delle parti (accordi omologati) e le fonti eteronome (provvedimenti del giudice e protocolli locali). Se le pattuizioni contenute nelle sentenze di separazione o nei verbali omologati prevalgono sempre in virtù del principio di autonomia privata (cfr. Trib. Pistoia n. 1013/2020), in subordine l'operatore giuridico deve prestare massima attenzione alle specificità del protocollo del distretto di competenza. La sequenza procedimentale corretta — sostanziata nell'invio preventivo di una comunicazione scritta e nella conservazione dei giustificativi di spesa — emerge come lo strumento principale per garantire la certezza del diritto e la stabilità delle pretese restitutorie nell'interesse della prole e dell'equilibrio familiare.
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1 feb. 2023 • tempo di lettura 3 minuti
Oggi vogliamo trattare un tema molto dibattuto sia in giurisprudenza che in politica, ovverosia la nullità del matrimonio religioso ed i suoi effetti nel mondo civile. Risponde alle domande il Prof. Avv. Domenico Lamanna Di Salvo, Ordinario di Diritto di Famiglia in Germania: *** Quale è la funzione dell'avvocato divorzista nel processo di nullità del matrimonio religioso? L'Avvocato divorzista non ha un ruolo nel processo canonico di nullità del matrimonio religioso, essendo il patrocinio in tali procedimenti demandato ad avvocati altamente specializzati, con una preparazione teologica oltre che giuridica. Ciononostante, riteniamo opportuno affiancare all'avvocato rotale anche e soprattutto un avvocato divrozista, in modo da coordinare e painificare la strategia difensiva, al fine di ottenere poi risultati sia a livello civilistico che canonico. La dichiarazione di nullità del matrimonio della Sacra Rota viene automaticamente riconosciuta dal Tribunale Ordinario Civile? Il problema di fondo del mondo moderno è la terrificante laicità dello Stato. In un ordinamento giuridico dove la res publica non riconosce alcun credo come religione di Stato, i due sistemi (canonico e civile) rimangono del tutto separati. In Italia, per grazia di Dio, è stato introdotto il cosiddetto "matrimonio concordatario", ovverosia un matrimonio celebrato - come è giusto che sia - dal Ministro del Culto di Santa Romana Chiesa ma con effetti civilistici, a seguito della lettura degli articoli del codice civile al termine del rito religioso. Tale matrimonio - solo se celebrato in Italia - può essere inficiato dalla dichiarazione di nullità canonica, a condizione che si instauri un procedimento speciale - cosiddetta delibazione - volta a far riconoscere nell'ordinamento giuridico italiano la sentenza di nullità canonica. La delibazione, comunque, è ad ogi soggetta ad alcune limitazioni, che solo recentemente la Cassazione ha criticato. Ci si auspica un chiarimento definitivo sulle effettive possibilità di delibare sentenze di nullità canoniche, ma dubitiamo fortemente che uno Stato ateo, laico ed anticlericale come la repubblica italiana possa mai riconoscere l'indiscusso Primato Petrino e il ruolo magistrale di Santa Romana Chiesa nelle tematiche della famiglia. Con la dichiarazione di nullità del matrimonio vengono meno i diritti all'eventuale assegno divorzile e di mantenimento dei figli? La delibazione rende di fatto nullo il matrimonio civile, a condizione che il Tribunale italiano non abbia in precedenza pronunciato sentenza di divorzio passata in giudicato (nel qual caso la sentenza canonica avrà solo effetti all'interno di Santa Romana Chiesa). Tanto premesso, la delibazione fa decadere qualsiasi pretesa economica della controparte, fatti però salvi i diritti dei figli nati da un'unione de facto nulla. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, atteso che Santa Romana Chiesa mai prenderebbe decisioni che vanno contro i più piccoli, fedele agli insegnamenti del Divino Maestro e Signore nostro. E' utile la presenza dell'avvocato divorzista, affiancato al canonista per pianificare e coordinare le azioni da un punto di vista sia canonico che civilistico. In conclusione, riteniamo doveroso sottolineare come la Supremazia del Magistero di Santa Romana Chiesa richiede che sia lo Stato ad inchinarsi innanzi all'Autorità relgiosa e non il contrario. Il problema di fondo è, purtroppo, che la politica moderna ha dimenticato il valore della Religione.
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