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Lo stato d’ira e il fatto ingiusto non attenuano la condanna per omicidio

Lo stato d’ira e il fatto ingiusto non attenuano la condanna per omicidio
Lo stato d’ira e il fatto ingiusto non attenuano la condanna per omicidio Il reato di omicidio è disciplinato dall'articolo 575 del codice penale: «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno».

Ci sono alcune circostanze aggravanti come l'ergastolo, oppure attenuanti, come ad esempio la provocazione.

Una recente sentenza della Corte d'Appello ha respinto la tesi difensiva presentata dall'avvocato del condannato per omicidio, secondo il quale il suo assistito era stato provocato.

Il giudice non ha ritenuto valida l'attenuante della provocazione, perché il fatto ingiusto deve essere giudicato in base al momento nel quale si svolge.

La difesa aveva ritenuto che l'imputato avesse agito secondo un impulso rabbioso incontenibile e avesse perso l'autocontrollo, però le circostanze attenuanti comuni non gli sono state riconosciute.
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L'articolo 62 del codice penale disciplina le circostanze attenuanti comuni e al comma due cita: «L'aver agito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui».

L'attenuante della provocazione è di fatto costituita dalla circostanza e dallo stato di rabbia di chi commette il reato; in base a numerose sentenze passate, la giurisprudenza ha asserito che anche un atto legittimo può diventare provocatorio se viene fatto con modalità sconvenienti.

L'ira deve essere collegata al reato da un rapporto casuale e lo stato collerico deve durare solamente mentre si compie l'omicidio.

Il fatto ingiusto altrui deve essere costituito da un comportamento non solo illegale, ma anche contrario alle norme sociali e di civile convivenza, come insulti o atteggiamenti sprezzanti.
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Nella sentenza in oggetto l'imputato ha agito in seguito ad una discussione avvenuta tra sua sorella e suo padre ed ha preso un coltello dalla cucina colpendolo con violenza provocandone la morte istantanea.

La situazione familiare era fortemente compromessa e il figlio ha agito d'impulso nei confronti del padre, il quale in passato aveva manifestato più volte atteggiamenti autoritari, vessatori e aggressivi.

Inoltre i due figli erano arrivati da poco in Italia e non erano riusciti ad inserirsi socialmente, tanto che vi erano state parecchie denunce da parte del genitore alle autorità.

Nel momento dell'omicidio il padre non aveva manifestato nessun tipo di atteggiamento violento e la reazione del figlio con una coltellata è risultata eccessiva e non giustificativa per le pregresse vessazioni nei suoi confronti.

Tra i fratelli la sera dell'omicidio è avvenuta una forte discussione non diversa da quelle consuete, stando alle testimonianze dei vicini di casa, pertanto non sono state riconosciute al giovane le attenuanti della provocazione.

Il giudice ha ritenuto inaccettabile la provocazione, perché, nonostante vi fossero state in passato molte situazioni dispotiche e violente, nel momento in cui il giovane ha compiuto il reato non si sono verificate.

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