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La chiusura della procedura di fallimento

La chiusura della procedura di fallimento
La chiusura della procedura di fallimento In materia di fallimento, l’art. 118 della Legge Fallimentare stabilisce quali sono le fattispecie che determinano la conclusione della procedura fallimentare.

Gli avvocati specializzati elencano questi elementi fondamentali: in primis la mancanza di domande di ammissione al passivo entro il termine prestabilito; in seconda battuta il raggiungimento dell’intera somma dei crediti ammessi con le suddivisioni ai creditori, anche prima che sia definita la ripartizione finale dell’attivo, oppure l’estinzione di tutti i crediti ammessi, secondo altre direttive e il contemporaneo saldo di tutti i debiti e le spese da acconsentire in prededuzione.

L’avvocato esperto sottolinea che il fallimento si chiude anche quando si verifica il caso totalmente opposto a quello appena descritto, ossia quando all’interno della procedura si verifica che il seguito non consente di soddisfare, nemmeno parzialmente, i creditori della procedura concorsuale né i crediti prededucibili e le spese di procedura oppure quando viene portata a termine la ripartizione finale dell’attivo.
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Allorché si verifica una delle sopraelencate ipotesi, nel caso in cui si tratta di fallimento di società, il curatore ha l’obbligo di chiederne la cancellazione dal registro delle imprese.

L’art. 118 della legge fallimentare, prosegue l’avvocato specializzato, precisa che la chiusura della procedura di fallimento della società definisce anche la chiusura della procedura ampliata ai soci, ad eccezione dei soci per i quali non sia stata avviata una procedura di fallimento come imprenditore individuale.

Dal punto di vista pratico la chiusura del fallimento è avviata con decreto motivato del tribunale, a seguito di presentazione di istanza del curatore o del debitore o d’ufficio e, nel caso in cui venga avviata prima dell’approvazione del programma di liquidazione, il tribunale determina dopo aver sentito sia il comitato dei creditori che il fallito.

Contro il decreto del tribunale che dichiara la chiusura del fallimento o ne rigetta la richiesta, sottolinea l’avvocato esperto, è possibile presentare un reclamo alla Corte d’Appello entro 10 giorni dalla comunicazione o dalla notifica.
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Il decreto di chiusura fallimentare diventa attivo nel momento in cui trascorre tale termine senza che sia stato proposto reclamo, oppure quando lo stesso è stato definitivamente rifiutato.

Precisa l’avvocato esperto che con la chiusura del procedimento vengono meno gli effetti del fallimento sul patrimonio del fallito e scadono gli organi preposti alla procedura.

Oltretutto le azioni attuate dal curatore per esercitare i diritti prodotti dal fallimento non possono essere portate avanti mentre, al contrario, i singoli creditori recuperano la facoltà di porre in atto liberamente azioni verso il debitore per la quota non soddisfatta dei loro crediti.

Ultima precisazione degli avvocati specializzati è la possibilità per il debitore o per qualunque creditore di presentare istanza al tribunale entro cinque anni dal decreto di chiusura, dove sia presente nel patrimonio del fallito attività o garanzie per soddisfare almeno il 10% dei creditori, il tribunale, per riaprire il fallimento già chiuso, richiamando o rinominando gli organi fallimentari.

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