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Vende l’azienda a un prestanome per non pagare l’assegno di mantenimento

Vende l’azienda a un prestanome per non pagare l’assegno di mantenimento
Vende l’azienda a un prestanome per non pagare l’assegno di mantenimento In caso di separazione il coniuge più abbiente deve versare un assegno di mantenimento all'altro e ad eventuali figli.

La procedura per stabilire la reale situazione patrimoniale di entrambi è molto delicata, anche perché non mancano quelli che si fingono poveri.

L'importo dell'assegno di mantenimento è basato sulla condizione economica dell'ex coniuge più facoltoso e naturalmente questi farà il possibile per pagare di meno.

Il tribunale di Ragusa ha deciso nel 2015 di dichiarare lo scioglimento del matrimonio di due coniugi separati consensualmente.

La decisione del giudice riguardo all’assegno di mantenimento non è piaciuta alla moglie, che ha contestato una manovra del marito per camuffare la sua reale situazione patrimoniale.

In sede di giudizio l'uomo aveva dichiarato di aver dovuto vendere la sua parte di quote in una società ed esserne divenuto dipendente.
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La moglie è ricorsa in Appello testimoniando che la società in realtà era stata venduta a un prezzo simbolico ad un prestanome, il quale l'aveva rivenduta alla nuova compagna del marito che a sua volta l'aveva rivenduta a lui.

Questa manovra non è piaciuta al giudice, che ha annullato la vendita riconoscendo le motivazioni presentate dalla moglie.

Il marito a sua volta non ha accettato la sentenza che aveva modificato l'assegno di mantenimento in base alle sue reali condizioni economiche ed è ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte ha ribadito la decisione dell'Appello e ha definito l'importo giusto dell'assegno di mantenimento dovuto alla ex moglie e al figlio minore.

Uno degli strumenti di tutela dei creditori è la cosiddetta azione revocatoria ordinaria, disciplinata dall'articolo 2901 e seguenti del Codice Civile.
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Questo articolo permette di chiedere al giudice l'annullamento di eventi che creino un danno e infatti la vendita, simbolica, dell'azienda, aveva creato un danno economico alla signora.

La finta operazione di vendita della società non aveva modificato per niente le abitudini di vita dispendiose del marito ed era stato uno stratagemma studiato a tavolino per pagare meno di alimenti.

La ex moglie è riuscita a dimostrarlo appellandosi all'articolo 2901 e il giudice le ha dato ragione.

"Il creditore, anche se il credito è soggetto a condizione o a termine, può domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni, quando concorrono le seguenti condizioni:

1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l'atto arrecava alle ragioni del creditore o, trattandosi di atto anteriore al sorgere del credito, l'atto fosse dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento;

2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse consapevole del pregiudizio e, nel caso di atto anteriore al sorgere del credito, fosse partecipe della dolosa preordinazione".
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