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Quando un lavoratore si assenta dal lavoro senza giustificazione rischia il posto, ma non il licenziamento in tronco

L’assenza ingiustificata dal lavoro fa rischiare il posto, non il licenziamento in tronco
L’assenza ingiustificata dal lavoro fa rischiare il posto, non il licenziamento in tronco L’articolo trae spunto dalla vicenda di una lavoratrice che a seguito di una continuata e immotivata assenza rischiava il proprio posto di lavoro.

L’avvocato specializzato in controversie e cause di lavoro cita la sentenza n. 21 che nei primi giorni di gennaio 2016 la Corte di Cassazione ha emesso sulla fattibilità che un licenziamento in tronco intimato per giusta causa possa essere inquadrato quale licenziamento per reale motivo soggettivo. Nel caso in esame già in primo e in secondo grado il giudice aveva dichiarato illegale il licenziamento imposto da un’azienda alla propria lavoratrice, condannando il datore di lavoro a reintegrare la donna e a risarcirla per i danni subiti.

Il provvedimento di licenziamento si riferiva ad un'assenza immotivata della lavoratrice dal posto di lavoro, protratta per più di quattro giorni successivamente al rifiuto della società di accordarle le ferie.
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Tale atteggiamento, prosegue l’avvocato specializzato, può determinare solo un provvedimento di licenziamento con preavviso. La società aveva presentato ricorso in Cassazione contestando l'indisciplina della lavoratrice che si era assentata nonostante l’espresso diniego delle ferie: l’azienda ha rivendicato solo l'assenza indebita della donna prolungata per quattro giorni.

Nella sentenza, sottolinea l’avvocato esperto in mobbing, i giudici della Cassazione hanno precisato che anche le condizioni definite aggravanti di un atteggiamento trasgressore devono essere oggetto di contestazione abituale, in caso contrario non possono diventare fondamento per il recesso di un rapporto di lavoro da parte dell’azienda.

Oltretutto, si legge nella sentenza, nessuna domanda formale di conversione era stata avanzata dall’azienda ricorrente verso la donna.

La cosiddetta giusta causa, nonché la comprovata motivazione soggettiva di licenziamento, rappresentano interpretazioni giuridiche di atteggiamenti utili ad avvallare l’interruzione del rapporto di lavoro: il primo con decorrenza immediata e il secondo solo a seguito di preavviso.
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Quindi il giudice può valutare l’opportunità di un provvedimento di licenziamento per giusta causa in ottica di licenziamento per giustificato motivo soggettivo senza alcuna violazione di legge né del principio dell'immutabilità della contestazione, fermo restando l’intenzione del datore di rescindere il rapporto con il lavoratore.

La norma infatti, stabilisce che laddove il datore di lavoro impugni interamente la sentenza di primo grado che ha definito illegittimo il licenziamento, nell’istanza al giudice d'appello si intende inclusa anche la richiesta di risoluzione del rapporto di lavoro per la presenza di un giustificato motivo soggettivo.

L’avvocato esperto riferisce che, nel caso su cui si basa questo articolo, la sentenza di primo grado è stata impugnata dall’azienda affinché i giudici d’appello valutassero ancora una volta il licenziamento deciso dal datore di lavoro e, nel caso, fossero nelle condizioni di emettere una sentenza sulla eventualità di identificare il licenziamento in tronco come licenziamento con preavviso.

In questo senso parte delle doglianze del datore di lavoro hanno trovato parziale accettazione.
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