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In caso di mobbing sul lavoro da parte di suocero o cognato si configura il reato di maltrattamento in famiglia

In caso di mobbing sul lavoro da parte di suocero o cognato si configura il reato di maltrattamento in famiglia.
In caso di mobbing sul lavoro da parte di suocero o cognato si configura il reato di maltrattamento in famiglia. L’articolo nasce dalla diffusa circostanza di lavoratori che hanno come datore di lavoro il suocero. Tale situazione può creare problemi, soprattutto se a questa figura si aggiunge anche quella del cognato ed entrambi mettono in atto comportamenti mobbizzanti verso il parente, nonché lavoratore

Con la recente sentenza n. 44589/2015 la Corte di Cassazione ha decretato il reato di maltrattamento in famiglia e ha respinto i ricorsi di un suocero e un cognato contro la sentenza della Corte d’Appello di Torino che li aveva puniti con otto mesi di reclusione proprio per il reato di maltrattamento nei confronti di un loro parente, nonché dipendente dell’azienda.

Si legge nella motivazione, dice l’avvocato esperto in controversie di lavoro, che i due andavano condannati con questa tipologia di reato, in quanto il protrarsi di modi di fare e comportamenti persecutori compiuti verso il dipendente della loro azienda, nonché loro genero e cognato, erano stati operati all’interno di una società definita di tipo parafamiliare.
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Il reato di maltrattamento in famiglia, prosegue l’avvocato specializzato, è disciplinato dal codice penale e può essere adottato in caso di rapporti di lavoro a condizione che si verifichi il prerequisito della cosiddetta parafamiliarità, ovvero l’assoggettamento di un lavoratore alla autorità di un’altra persona in una circostanza di costante prossimità, di stili di vita sia propri che comuni alla famiglia, nonché di serietà, fiducia e subalternità del lavoratore rispetto all'attività di chi ha una posizione superiore nell’azienda.

In questa ottica le attività di mobbing messe in atto contro il lavoratore oggetto della sentenza di Cassazione rientrano nel reato alle stesse condizioni descritte, ovvero nel caso in cui il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore assuma le caratteristiche definite come parafamiliari.

Infatti, prosegue l’avvocato esperto, per quanto le attività messe in atto dai superiori della vittima non rientrano nel reato di mobbing lavorativo non avvenendo mediante minacce o diffamazioni, le stesse però individuano nella specificità del contesto familiare il luogo adibito al reato di maltrattamento.
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Il luogo di lavoro, infatti è una piccola azienda a conduzione familiare, nello specifico gestita dai ricorrenti in Cassazione. Le condizioni di lavoro descritte dal lavoratore, diventato successivamente parente dei due proprietari risultano peggiorate a seguito di evidente discriminazione rispetto agli altri lavoratori, a causa di reiterati e spropositati richiami, pubblici rimproveri oltre al peggioramento degli orari di lavoro.

Tali condizioni, spiega il lavoratore, sono ulteriormente peggiorate a seguito della separazione dalla moglie, nonché figlia dell’imputato, sino al licenziamento per giusta causa.

Nella sentenza di novembre 2015 la Cassazione, dopo aver analizzato l’evoluzione del rapporto di lavoro dell’uomo, ha rilevato la presenza di una mescolanza indefinibile tra elementi lavorativi e familiari argomentando che pur non rinvenendo le condizioni formali di esistenza di un’impresa familiare, la tipologia di rapporto di lavoro richiesta al dipendente è assimilabile a quello parafamiliare e, di conseguenza, ammissibile al requisito previsto per il reato di maltrattamento.

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