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Quando il diritto di proprietà appartiene a più persone

Quando il diritto di proprietà appartiene a più persone
Quando il diritto di proprietà appartiene a più persone Il diritto di proprietà è disciplinato dagli articoli 832 e seguenti del codice civile, che chiariscono i modi d’acquisto e di perdita dello stessa.

Dall’articolo 1100 in poi del codice civile si parla di comunione, che c’è in tutti quei casi in cui il diritto di proprietà appartiene a più persone.

La comunione può essere volontaria, quando nasce per un accordo tra i vari proprietari, legale, quando viene disposta dalla legge, o incidentale per esempio per eredità.

La comunione incidentale chiamata anche per circostanze fortuite, si ha in caso di comunione ereditaria, cioè quando al defunto succedono più eredi che diventano comproprietari di tutti i beni.

In questo caso ogni coerede ha il diritto di cedere la propria quota agli altri che, in base all’articolo 732 del codice civile hanno il diritto di prelazione, a parità di prezzo, su eventuali altri acquirenti.

Se il coerede cede la propria quota senza avvertire gli altri, questi possono riscattarla in base al diritto successorio.

Per far cessare la comunione ereditaria bisogna ricorrere alla divisione che deve essere partecipata da tutti i coeredi, altrimenti è nulla.
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La divisione contrattuale o amichevole avviene per libera decisione di tutti, che stabiliscono come, quanto e che cosa dividersi.

Quando non c’è il consenso di tutti gli eredi avviene la divisione giudiziale, deliberata dalle autorità.

La comunione dei beni non ereditati può essere legale quando c’è un accordo esplicito tra tutti i partecipanti oppure forzosa e in tutti i casi i proprietari, chiamati anche comunisti, godono di alcuni diritti.

L’articolo 1102 del codice civile stabilisce che ognuno dei proprietari può beneficiare della cosa comune senza alterarne la destinazione e senza impedire agli altri di farne uso.

Allo stesso modo ogni partecipante può godere degli utili derivanti dalla cosa comune in proporzione alla quota posseduta.

Nell’articolo seguente si parla di disposizione della quota, ossia del fatto che ogni partecipante può disporre di una quota del bene comune e farne ciò che vuole, persino ipotecarla.

La comunione si può sciogliere in qualunque momento ed ogni proprietario ha diritto di chiederlo, a meno che non vi siano impedimenti legislativi.
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Se vengono prese delle decisioni senza che sia raggiunta la maggioranza dei proprietari ciascuno può ricorrere all’autorità giudiziaria; per questo motivo quando vi sono numerose persone che beneficiano di una proprietà comune la maggioranza può stilare un regolamento, altrimenti il tribunale può nominare un amministratore esterno in caso di controversie.

Se qualche partecipante non è d’accordo può impugnare il regolamento entro 30 giorni secondo quanto stabilito dall’articolo 1107 del codice civile.

«Ciascuno dei partecipanti dissenzienti può impugnare davanti all'autorità giudiziaria il regolamento della comunione entro trenta giorni dalla deliberazione che lo ha approvato. Per gli assenti il termine decorre dal giorno in cui è stata loro comunicata la deliberazione.

L'autorità giudiziaria decide con un'unica sentenza sulle opposizioni proposte. Decorso il termine indicato dal comma precedente senza che il regolamento sia stato impugnato, questo ha effetto anche per gli eredi e gli aventi causa dai singoli partecipanti».

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