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La responsabilità del medico quando manca il consenso informato del paziente.

Scritto da: LUIGI DE VALERI Avvocato - ROMA
 
mancato consenso paziente Il consenso informato del paziente ove mancante costituisce fonte di autonoma responsabilità per il medico che ha effettuato l’intervento chirurgico (Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 10414/16 depositata il 20 maggio 2016)

La vicenda che sottopongo all’attenzione dei lettori trae origine dai postumi derivati dall’intervento chirurgico cui si era sottoposta una paziente che sin da bambina soffriva di crisi di cefalee, costei si era rivolta ad uno specialista che le aveva consigliato un intervento chirurgico di settoetmoidosfenectomia decompressiva neurovascolare entronasale radicale di terzo grado con l’obiettivo di risolvere, a suo dire, con altissima probabilità la sua patologia.


L’intervento, eseguito presso una casa di cura non aveva guarito la paziente ma aveva aggravato la situazione, creando problemi di respirazione, diminuzione di olfatto, sintomi depressivi inesistenti in precedenza che non erano stati risolti a seguito di lunghe cure cui costei si era sottoposta su indicazione dello specialista.
Reputando errata la scelta del trattamento chirurgico posto in essere dal sanitario la paziente lo aveva citato in giudizio unitamente alla casa di cura adducendo anche la lesione del diritto alla completa ed adeguata informazione sui rischi dell’intervento chiedendo la condanna dei convenuti in solido fra loro al risarcimento di tutti danni non patrimoniali patiti da lei e dai propri congiunti, ricondotti a svariate tipologie quali danno biologico, morale, esistenziale, estetico, alla vita di relazione, alla libertà personale, alla salute.


Il Tribunale civile aveva accolto la domanda attorea ritenendo che, seppure l’intervento era stato eseguito senza errori, la terapia chirurgica non era adeguata rispetto alle concrete condizioni patologiche in cui versava la paziente che, tra l’altro, non era stata neanche compiutamente informata dei rischi cui sarebbe andata incontro.
Erano stati ritenuti responsabili in solido sia il medico che la casa di cura riconoscendo sussistenti i danni accertati dalla consulenza tecnica, 18% di danno biologico, oltre sei mesi di invalidità temporanea 50% e sei mesi di invalidità temporanea al 25%, tuttavia giudicandoli esaustivi e comprensivi della sofferenza morale patita dalla danneggiata e di ogni altro profilo di danno non patrimoniale richiesto, la domanda dai congiunti veniva respinta.
La Corte d’Appello confermava tale decisione per cui la paziente e i suoi congiunti ricorrevano in Cassazione.


Per quanto riguarda il tema del commento, la responsabilità derivante dal consenso informato da richiedersi al paziente, i giudici della terza sezione civile hanno richiamato il principio consolidato per cui in tema di attività medico-chirurgica, è risarcibile il danno cagionato dalla mancata acquisizione del consenso informato del paziente in ordine all’esecuzione di un intervento chirurgico, anche qualora l’intervento sia ritenuto necessario "ex ante" sul piano terapeutico e sia pure risultato "ex post", integralmente risolutivo della patologia lamentata, integrando comunque tale omissione dell’informazione una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente circa la sua persona, in quanto preclusiva della possibilità di esercitare tutte le opzioni relative all’espletamento dell’atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica, senza che detti pregiudizi vengano in alcun modo compensati dall’esito favorevole dell’intervento (Cass. n. 12205/2015).


Infatti in materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, impone che quest’ultimo fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità ed eventuali conseguenze, sia pure infrequenti, col solo limite dei rischi imprevedibili, ovvero degli esiti anomali, al limite del fortuito, che non assumono rilievo secondo l’id quod plerumque accidit", in quanto, una volta realizzatisi, verrebbero comunque ad interrompere il necessario nesso di casualità tra l’intervento e l’evento lesivo (Cass. n. 27751/2013).
L’acquisizione del consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce pertanto una prestazione diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico per cui l’esecuzione errata di quest’ultimo dà luogo ad un danno suscettibile di ulteriore e autonomo risarcimento rispetto a quello dovuto per la violazione dell’obbligo di informazione, anche in ragione della diversità dei diritti all’autodeterminazione delle scelte terapeutiche ed all’integrità psicofisica che possono essere lesi nelle due ipotesi. (Cass. n. 2854/2015).


Nel caso esaminato dalla Corte i giudici della III sezione hanno ritenuto che la motivazione della Corte d’appello aveva violato i principi indicati in precedenza nella parte in cui prima affermava che la paziente non era stata debitamente informata e poi arrivava alla contraddittoria conclusione che sebbene l’inadempimento del sanitario fosse caratterizzato nel caso specifico per negligenza, imprudenza o imperizia sia nella scelta della terapia chirurgica effettuata che nell’omissione della necessaria preventiva informazione della paziente sui rischi del trattamento, non sussistevano profili di danno non patrimoniale che l’attrice avesse patito non ricompresi e valutati nella quantificazione in misura percentuale del 18% del danno permanente riscontrato in sede di c.t.u. come valutato dal giudice di primo grado.

Avv. Luigi De Valeri
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