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Strada privata a uso pubblico: quando una strada può dirsi tale e quali sono i doveri della Pubblica Amministrazione. Il parere legale

Strada privata a uso pubblico: i doveri della Pubblica Amministrazione.
Strada privata a uso pubblico: i doveri della Pubblica Amministrazione. Affinché una strada possa ritenersi di proprietà della Pubblica Amministrazione, spiega l’avvocato online, è necessario rinvenire un atto, convenzione o provvedimento ablatorio, o un fatto, usucapione, che ne abbia trasferito il dominio all’amministrazione: non è infatti di per sé sufficiente che la strada sia destinata all’uso pubblico (Cass. 8204/2006 che richiama una costante linea interpretativa).

La tipicità dei doveri connessi alla titolarità delle strade facente capo agli Enti Locali, nonché al più generale interesse pubblico da questi tutelato anche ai fini della sicurezza e viabilità delle private aperte al pubblico uso, è compiutamente regolata dal D.Lgs. n. 285/1992, Codice della strada, che all’ art.14 stabilisce che “gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) all’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta”.
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Significativamente, nello stesso articolo, si ritrova la disposizione per la quale i poteri dell’ente proprietario devono essere esercitati dal Comune per le strade urbane di quartiere, le strade locali e le strade, comunque opportunamente sistemate per essere destinate alla circolazione di pedoni, veicoli e animali anche non facenti parte delle tipologie citate.

Giova peraltro ricordare che il Codice sottopone all’applicazione delle proprie previsioni tutte le “aree” a uso pubblico destinate alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.

Per quanto riguarda l’apertura all’uso pubblico in assenza di una specifica previsione o di un titolo facente capo all’ente pubblico, così come per l’eventuale mancato inserimento delle aree negli elenchi delle pubbliche vie, sempre secondo giurisprudenza costante della Corte di Cassazione (tra le tante si veda la sentenza n. 1624/2010 Sezioni Unite) e del Consiglio di Stato (sentenza n. 1240/2011), sono quattro gli elementi atti a caratterizzare la sussistenza della destinazione al pubblico uso.

1. Innanzitutto, le condizioni effettive della via ovvero il passaggio o il transito esercitato da una collettività indeterminata di persone,

2. La concreta idoneità dell’area a soddisfare esigenze di interesse generale attraverso il collegamento anche indiretto alla pubblica via.
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3. La presenza di pubblici esercizi e strutture pubbliche.

4. La sussistenza di fatti o atti giuridici idonei a fondare il diritto di uso da parte della collettività.

Sul tema si è pronunciata anche Cassazione Penale: “le norme sulla disciplina della circolazione stradale devono trovare piena applicazione anche su strada o spiazzo privato frequentati da un numero indistinto e più o meno rilevante di persone, concretandosi in tal caso una situazione di fatto del tutto corrispondente all’uso pubblico che diventa preminente rispetto alla natura privata dello spiazzo” (Sez. IV sentenza n. 7671/1983).

In conclusione, non è tanto la proprietà della strada quella conta, quanto l’uso effettivo della stessa (Cass. Civ. Sez. IV sentenza n. 23733/2012). Ma sul punto vale la pena ricordare che sebbene le servitù di uso pubblico sottopongano i beni che ne sono gravati ai poteri di regolazione spettanti all'autorità amministrativa, tali poteri restano limitati a quelli intesi a garantire l'uso del bene da parte della collettività in conformità ai dettami del pubblico interesse.

L'Amministrazione non può, invece, disporre del bene ed esercitare su di esso i poteri che le competerebbero se questo appartenesse al proprio demanio (T.A.R. Lombardia Sez. III sentenza n. 466/2011).
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